De.PIL.iamoci

Rispolveriamo un argomento spinoso ma quanto mai attuale riprendendo lo spunto dell’articolo su  Lettera 43.

Basta il Pil a spiegare se un’economia va bene o meno, se esista o no un progresso per un Paese? Uno dei primi a rispondere alla domanda fu proprio il padre del discusso indice, Simon Kuznets, quando nel 1934 chiarì  al Congresso degli Stati Uniti che «il benessere di una nazione non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale». Senza peraltro provocare reazioni. Tanto che più di 30 anni dopo Robert Kennedydavanti alla platea dell’università del Kansas disse: «Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni», e aggiunse: «Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo».
Parole che ai tempi potevano passare come un esercizio riservato a poche menti illuminate. Ma oggi, con la crescita economica ferma al palo nella maggior parte delle piazze occidentali, il quesito si fa più pressante.
In effetti scegliere come faro del benessere di una nazione un indicatore che misura la produttività, quando la maggior parte dei Paesi sviluppati cresce al rallenty non ha più senso.
Basta dare un’occhiata ai numeri per rendersene conto: Stai Uniti + 2,6% Germania +3,3% Francia +1,6% Italia +1% , contro un +10% della Cina e un + 8,5% dell’India, queste le previsioni di crescita a fine 2010 snocciolate dall’ Economic Outlook stilato dall’Ocse.
«Bisogna trovare indicatori complementari al prodotto interno lordo», ha ribadito di recente l’economista Jan Paul Fitoussi, aggiungendo che l’aumento progressivo della precarietà nei Paesi maggiormente sviluppati e la crescita delle disuguaglianze non possono più essere ignorate quando si sente il polso di un Paese.

L’Europa a caccia della felicità

La recente crisi economica ha dato una carica alla sveglia sul comodino di capi di governo, esperti di statistica e responsabili dell’economia di diverse nazioni, che fino a ora avevano ignorato il problema. Fra questi Nicolas Sarkosy, che l’anno scorso ha istituito la Commission on the measurement of economic performance and social progress, presieduta da Fitoussi proprio per studiare e proporre alternative al Pil.
Ma anche il premier inglese DavidCameron ha dato segni di sensibilità sul tema e l’ultima settimana di novembre, dopo aver inaugurato uno dei periodi di austerity economica più duri per tentare di risollevare le finanze britanniche, ha dichiarato che il benessere dipende anche dalla cultura e dalla felicità dei cittadini.
Così, da Downing street, ha chiesto a Jil Metheson, responsabile dell’istituto inglese di statistica, di procedere al censimento della felicità britannica. Forse per sfidare quello che gli esperti di economia e sociologi conoscono come il paradosso di Esterlin: quando la ricchezza raggiunge livelli eccessivi, la felicità tende a diminuire. Equazione che il Pil ignora da sempre.

Società e cultura nel mirino

Ma fino a che punto un Paese può arricchirsi senza correre il pericolo di essere infelice? Secondo alcuni esperti la ricchezza utile è quella che serve per soddisfare i bisogni primari e per poter condurre una vita dignitosa. Andare oltre non contribuisce al benessere. Si tratta di una logica che si scontra con il vecchio modello economico basato esclusivamente sulla crescita.
Proprio per questo, per misurare lo sviluppo di una nazione è necessario oggi più che mai andare oltre un sistema basato sulla misurazione della produzione. È necessario prendere in considerazione anche altre dimensioni oltre alla crescita, come la sostenibilità sociale e ambientale.
Indicatori che vanno in questa direzione sono stati messi a punto fin dai primi anni del secolo scorso e dimostrano come le performance di molti Stati, positive sul piano del Pil, invertano la tendenza se si considerano altri fattori.
Negli States, per esempio, dove il prodotto interno lordo è cresciuto costantemente nell’ultimo mezzo secolo, l’alternativo Genuine progress indicator (Gpi), che prende in considerazione il capitale umano, sociale, ambientale e capitale costruito (vedi sotto) è cresciuto solo fino agli anni ’70 per poi rimanere stabile.

La proposta di Fitoussi

Anche Fitoussi ha elaborato unindicatore nuovo sulla base del lavoro fatto per il governo di Parigi con i premi nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, che ha presentato in Italia il 30 novembre in occasione del secondo Forum Barilla center for food & nutrition .
Il nuovo indicatore tenuto a battesimodall’economista francese tiene in considerazione un’ampia gamma di variabili di natura diversa per valutare il benessere. Si va dalla salute all’istruzione, passando dalla qualità della democrazia, ambiente, consistenza delle reti sociali, reddito e condizioni economiche generali.
Nel confronto fatto tra dieci paesi tutti del mondo sviluppato, l’Italia finisce al settimo posto, dopo Svezia, Danimarca, Giappone, Francia, Gran Bretagna e Germania. Ma prima di Grecia, Usa e Spagna.
E se si fa il focus sull’indice sociale, politico ed educativo, calcolato sulla base del numero di laureati medio annuo e sul punteggio pisa, il programma internazionale di valutazione degli studenti, le cose cambiano: solo la Grecia ci supera.

Le dieci alternative al Pil

E mentre in Italia si fa lentamente strada il movimento DePilliamoci, a livello internazionale esistono già da anni alcuni indicatori alternativi al Pil. Sono almeno dieci. Eccoli.

Coefficiente di Gini
È stato ideato da Corrado Gini, economista e statistico, nel 1912. Il suo coefficiente è uno strumento ancora diffuso per misurare le disuguaglianze di reddito e per osservare le variazioni nel tempo. È espresso con un numero compreso tra zero (uguaglianza perfetta) e 1 (tutto il reddito è in mano a un solo individuo).

Human development Index (Hdi)
La sua nascita è datata 1990 e a idearlo fu un economista indiano: Mahbub ul Haq sulla base di un concetto elaborato a fine Anni ’80 dal programma Onu per lo sviluppo.
Oltre alla tradizionale visione di crescita incentrata solo su parametri economici, l’Hdi considera anche la promozione dei diritti umani, la difesa dell’ambiente, l’utilizzo sostenibile delle risorse territoriali, l’alfabetizzazione, lo sviluppo dei servizi sanitari e sociali, le pari opportunità e la produzione lorda pro-capite. La scala dell’indice è decrescente e va da 1 a 0.
Dal 1993 è usato dall’Onu accanto al Pil per valutare la qualità della vita nel mondo. Dall’ultimo rapporto annuale sulla sviluppo umano, Paesi come gli Stati Uniti e l’Italia hanno visto peggiorare la loro performance, mentre altri quali l’Honduras e il Ciad hanno fatto passi da gigante.

Genuine progress indicator (Gpi)
Quattro sono le categoria attorno alle quali ruota questo indice nato nel 1995 negli uffici del Redefining Progress: capitale umano, sociale, costruito e ambientale. A differenza de Pil aggiunge il contributo economico stimato di tutti i servizi familiari gratuiti e del volontariato e sottrae le spese dovute all’inquinamento, danni ambientali, divorzi, disoccupazione, crimine ed esercito.

Indice dell’impronta ecologica
Questo originale parametro, nato nel 1996 dal Global Footprint network, mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della terra di rigenerarle. Per calcolare l’impronta relativa a un insieme di consumi si mette in relazione la quantità di ogni bene consumato (per esempio grano, riso, mais, cereali, carni, frutta, verdura, radici e tuberi, legumi e così via) con una costante di rendimento espressa in chilogrammi per ettaro. Il risultato è una superficie.
Per calcolare l’impatto dei consumi di energia, questa viene convertita in tonnellate equivalenti di anidride carbonica, e il calcolo viene effettuato considerando la quantità di terra forestata necessaria per assorbire le tonnellate di anidride carbonica.
In Italia a calcolare questo indice sono il Cras (Centro ricerche applicate per lo sviluppo sostenibile) e  l’Istituto Ricerche interdisciplinari sulla sostenibilità, costituito dalle Università di Torino e Brescia.

Genuine savings index (Gsi)
Nel 1999 la Banca Mondiale ha ideato questo indice di sostenibilità ambientale per misurare la variazione netta nel valore del capitale di un Paese, attraverso tre tipi di correzioni rispetto al Pil.
Vengono aggiunte le spese per la formazione, considerate come investimenti in capitale umano. Sono invece detratte le spese per la contrazione delle risorse naturali e i danni provocati all’inquinamento. Anche questo come il Gpi, l’Hdi e l’impronta ecologica è un indicatore sistemico e mostra con un solo numero quanto è sostenibile lo sviluppo di uno Stato.

Wellbeing indicator (Wbi)
Ideato dalla Ong svizzera Iucn (The world conservation union), questo indice valuta il livello di benessere di 180 Stati aggregando 88 indicatori divisi in due sotto-indici. Di pari peso nella formazione del dato finale. Il benessere umano (Hwi) dedicato alla ricchezza economica, livello di cultura, istruzione, servizi sociali da una parte. E la qualità dell’ambiente (Ewi), che considera lo stato delle risorse naturali e il livello di inquinamento, dall’altra.

Environmental sustainabilty and performance indexes (Esi-Epi)
L’indice Epi è la pagella agli sforzi degli Stati per raggiungere 16 target ambientali (purezza dell’acqua, bassi livelli di ozono, riduzione gas serra, pesca sostenibile). L’hanno stilata le università di Yale e Columbia nel 2002 in collaborazione con il Centro ricerche della commissione europea.
Questo indice è stato sviluppato sulla base di un altro indice, l’Esi, composto da 21 fattori che misurano la sostenibilità ambientale delle diverse economie.

Sustainable society index (Ssi)
È stato realizzato dagli olandesi Geurt van de Kerk e Arthur Manuel nel 2003 e mostra quanto sia eco-compatibile lo sviluppo di un Paese partendo dalla definizione di sostenibilità formulata dalla commissione Brundtland (la capacità di una società di soddisfare i bisogni di oggi senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri).
Si basa su 22 indicatori riuniti in cinque categorie e mostra come il benessere delle società ricche sia progressivamente diminuito dagli Anni Settanta del secolo scorso, nonostante il Pil abbia continuato la sua crescita.

Happy planet Index (Hpi)
Sulla base dell’equazione che alti livelli di consumismo non producono alti livelli di benessere, l’Hpi è stato sviluppato dalla New economics foundation, un think-tank con sede a Londra, nel 2006. È frutto di uno studio che mette in relazione le risorse utilizzate da un Paese con l’impronta ecologica, l’aspettativa di vita e la felicità dei suoi abitanti. A livello europeo i primi in classifica sono Islanda, Svezia e Norvegia.

Prodotto interno di qualità (Piq)
Elaborato da un team coordinato dall’ex ministro dell’economia Domenico Siniscalco nel 2006, questo indice ha l’obiettivo di elaborare una contabilità della qualità che abbia la stessa immediatezza comunicativa del Pil e mostri quanta parte di esso è collegato a produzioni di qualità.
Il Piq si può misurare in termini monetari quindi comparabile con gli aggregati settoriali e di spesa pubblica. Per questo può essere considerato uno strumento complementare al Pil.

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